Gli accordi di ristrutturazione dei debiti nella riforma fallimentare

Dott. Giovanni Pege - Adviser


Entro il corrente mese di Ottobre 2018 il Governo è chiamato ad approvare il decreto legislativo di attuazione della legge 19.10.2017 n. 155 (delega al Governo per la riforma della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza).


Si tratterà di un profondo riordino della Legge Fallimentare del ’42, finalizzato alla sua razionalizzazione (anche in raccordo con la disciplina del processo civile telematico e della normativa europea sulle procedure di insolvenza), nonché ad incentivare l’emersione della crisi.


La finalità della norma appare sostanzialmente quella di sostituire le attuali procedure concorsuali (regolate dall’ormai datato RD 16.3.1942 n. 267) con i seguenti istituti:

  • procedure, di natura non giudiziale, di allerta e composizione assistita della crisi ad iniziativa del debitore, tese a raggiungere una risoluzione anticipata della crisi;

  • procedure di composizione concordata della crisi ad iniziativa del debitore, dei creditori e della autorità giudiziaria, tese ad affrontare, in maniera tempestiva ed efficace (rendendo più snelle le procedure già previste dalla L.F.), le crisi di impresa. Trattasi, in particolare, dei piani attestati di risanamento (di cui all’art. 67, terzo comma, L.F.), degli accordi di ristrutturazione dei debiti (di cui all’art. 182 bis L.F.), e degli accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari e convenzioni di moratoria (di cui all’art. 182 septies L.F.);

  • procedura di liquidazione giudiziale (ex fallimento).

In questo sintetico intervento mi limito ad esaminare le novità che, da quanto si rileva dallo schema di decreto legislativo recentemente licenziato dal Ministero della Giustizia, andranno ad interessare l’istituto degli accordi di ristrutturazione dei debiti (attualmente regolati dall’art. 182 bis L.F.).


La novità più rilevante riguarda la previsione di accordi “agevolati”, che potranno essere assunti con l’adesione di una percentuale almeno pari al 30% dei creditori (soglia dimezzata rispetto a quella del 60% prevista dall’attuale normativa), purché il debitore (condizione per l’applicabilità di tale soglia ridotta), nel proporre l’accordo, non richieda:

  • la moratoria nel pagamento dei creditori estranei all’accordo;

  • l’attivazione di misure protettive temporanee (sospensione delle azioni cautelari o esecutive ad oggi previsto dal comma 6 dell’art. 182 bis L.F.).

Altra rilevante novità (che interessa solo gli accordi “in continuità”, ossia quelli che non abbiano finalità prettamente liquidatorie, salva l’eccezione di cui infra) è la previsione, in ipotesi di accordi raggiunti con almeno il 75% dei creditori, che gli effetti dei medesimi (o delle convenzioni di moratoria) possano trovare estensione anche nei confronti dei creditori non aderenti.


Riepilogando, secondo i piani della legge delega gli accordi di ristrutturazione ne usciranno fortemente semplificati, offrendo così maggiori opportunità ai debitori. Questi ultimi, nel tentativo di giungere a patti con i propri creditori, potranno valutare se percorrere le seguenti tre diverse stade:

  1. accordi che prevedano il pagamento integrale e non dilazionato dei creditori estranei, ed in assenza di richiesta di misure protettive: tale tipologia di accordi necessiterà, per il suo perfezionarsi, di raggiungere la soglia minima (agevolata) del 30% di adesioni

  2. accordi (non prettamente liquidatori, salva l’eccezione di cui infra) che raggiungano una maggioranza di almeno il 75% dei creditori (ovvero di una categoria omogenea di creditori): gli effetti di tali intese potranno estendersi anche ai creditori rimasti estranei alla pattuizione

  3. accordi che prevedano una dilazione dei termini di pagamento dei creditori estranei, ovvero che siano accompagnati da richieste di misure protettive del patrimonio del debitore: in questo caso sarà necessario (per il perfezionarsi dell’accordo) raggiungere la percentuale di almeno il 60% di creditori aderenti.

Nei confronti dei creditori che concluderanno gli accordi di ristrutturazione troverà applicazione l’art. 1239 del c.c. (la remissione accordata al debitore principale libera i fideiussori). Nel caso l’efficacia degli accordi sia estesa ai creditori non aderenti costoro manterranno impregiudicati i diritti verso i coobbligati, i fideiussori del debitore e gli obbligati in via di regresso.

Inoltre, salvo patto contrario, in caso di società con soci illimitatamente responsabili gli effetti degli accordi troveranno estensione anche con riferimento a tali soci. Gli stessi soci, ove abbiano prestato garanzia, conti-nueranno a rispondere per tale diverso titolo, salvo che non sia diversamente previsto.


Ciò detto, merita senz’altro una particolare attenzione (per i rilevanti effetti pratici ed operativi che verrà ad avere, ove i principi indicati nella bozza di decreto legislativo siano confermati) la futura possibilità del debitore di raggiungere un patto con la maggioranza qualificata (75%) di una categoria omogenea di creditori, patto che, ove non abbia natura liquidatoria, potrà vincolare tutti i restanti creditori appartenenti alla medesima categoria (ovviamente fermo restando l’obbligo di pagamento integrale dei creditori estranei, ossia non appartenenti alla categoria omogenea interessata dall’accordo).


E’ altresì previsto che nel caso un’impresa abbia debiti verso banche ed intermediari finanziari per una misura pari o superiore alla metà del proprio indebitamento complessivo, l’accordo di ristrutturazione potrà individuare una o più categorie nell’ambito di tali tipologie di creditori, che abbiano tra loro posizione giuridica ed interessi economici omogenei. In tal caso il debitore potrà chiedere, anche nell’ambito di accordi di carattere meramente liquidatorio (eccezione rispetto alla regola generale), che gli effetti dell’accordo stesso vengano estesi anche ai creditori non aderenti appartenenti alla medesima categoria. Restano fermi i diritti dei creditori diversi da banche ed intermediari finanziari.


Considerate queste nuove “opportunità operative” si potranno pertanto ipotizzare pattuizioni/accordi che prevedano una pluralità di classi di creditori omogenei (es. banche, leasing, fornitori strategici, etc.), ed in tal caso la maggioranza raggiunta con almeno il 75% dei creditori vincolerà il restante 25% appartenente alla rispettiva classe. Nell’ipotesi non si raggiunga la predetta percentuale qualificata il debitore dovrà assicurare il pagamento integrale dei creditori non aderenti (fermo in ogni caso quanto concordato con i creditori aderenti).


Alla luce di quanto sopra è facilmente intuibile che, ove vengano confermate le indicazioni di cui allo schema di decreto legislativo analizzato, gli accordi di ristrutturazione dei debiti ne usciranno fortemente rafforzati, potendo rappresentare un’importante opzione strategica per il debitore, il quale potrà valutare se impiegarli per reagire alle difficoltà e potenziali situazioni di crisi che dovessero malauguratamente presentarsi nel corso della propria esistenza.


Dott. Giovanni Pege

Dottore Commercialista con esperienza nel settore fallimentare

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